lunedì 6 agosto 2012

ENERGIA OMICIDA altro che alternativa

Ma che sta succedendo? E' mai possibile che in questo paese vi sia un' incolta e corrotta classe dirigente ed imprenditoriale che non sa far altro che alimentare e perpetuare speculazione senza altro profitto che per chi utilizza queste vere e proprie  prebende pubbliche fingendo di investire e di creare economia?
Ma che paese malato è il nostro. Prima abbiamo alimentato, con miliardi pubblici, il mercato dell'auto decotto da tempo, soprattutto le produzioni FIAT senza qualità , ed infatti appena finiti gli incentivi Marchionne, il manager di 'sta ceppa', chiude la baracca. Poi , ed ancora non è certo finita, abbiamo incentivato , sempre con soldi pubblici, cioè di ogni singolo cittadino non di chi ci governa, ma proprio nostri, gli inceneritori che grazie a qualche leggero mutamento tecnologico e lessicale si sono messi a produrre energia, non a bruciare monnezza, e sono quindi meritevoli di incentivi; poi inizia l'epopea del fotovoltaico e dell'eolico. Non si può che essere d'accordo con la produzione di energia da fonti rinnovabili, ma si può stabilire qualche regola??? Oppure i nostri governanti nazionali e locali hanno paura di 'demotivare gli investitori'. E' possibile stabilire, per esempio, che è prioritario porre il fotovoltaico sulle aree industriali e commerciali, quindi sui nuovi edifici . No!! si può metterlo dove si vuole .  E se sei critico, sei contro l'energia verde e la green economy . Ma per piacere!!!! Se facessimo il calcolo delle superfici dei capannoni nuovi e dismessi, dei terreni industriali e delle cave abbandonate, delle nuove e meno nuove città del commercio, scopriremmo che non c'è alcun bisogno di coprire aree agricole seppur improduttive con chilometri quadrati di pannelli fotovoltaici. Si potrebbe, per favore, indurre la Terna, responsabile in Italia della distribuzione di energia, a  rinnovare la rete elettrica in modo da poter supportare l'energia prodotta dai parchi eolici, prima di costruire questi mostri che spesso sono fermi perchè la rete elettrica non ce la fa a reggere la produzione ? Si potrebbe decidere quali aree sacrificare alla produzione dell'energia dell'eolico dopo aver fatto almeno uno studio sui fabbisogni e sulla differenziazione delle fonti energetiche? Invece di fare torri ad elica ovunque. Ora abbiamo le biomasse. Anche questa produzione senza incentivi non esisterebbe . Nel senso che l'energia prodotta se venduta genererebbe dei profitti, ma troppo modesti ed allora via con gli incentivi. Appena ci sono gli incentivi fioriscono le società, i mediatori, gli amministratori 'sensibili'... e così anche nel nostro territorio, la Sabina, fioriscono i progetti per la realizzazione di inceneritori. Si perchè di questo si tratta. Li possono chiamare come vogliono, cogeneratori, impianti a biomasse ma sempre inceneritori sono. Quindi io per principio sono contrario a bruciare ciò che è utile per produrre energia. E non stiamo a credere alla favoletta degli sfalci e delle potature che mi viene da ridere. Anche se si trattasse di un impianto da 1 MW con questi materiali di risulta delle produzioni agricole ci campi un mesetto ed il resto dove lo si trova? Semplice, trasformando i terreni di produzione agricola in superfici per la produzione vegetale da biomasse o da biodisel. E così che nel mondo il prezzo dei cereali da alimentazione è salito alle stelle perché le superfici agricole sono state utilizzate per alimentare impianti a biomasse e impianti per il biodisel. Insomma una follia. Il prezzo dei cereali ha gettato in miseria e nella fame milioni di abitanti del pianeta e così, nel nostro piccolo, cerchiamo di riprodurre la stessa stronzata qui da noi. Ma come ? Si sostiene, è un modo per incentivare le produzioni agricole che in sabina languono.Ma come? L'indotto produrrà ricchezza e lavoro. E le solite balle. Tutte le volte che si fa avanti un progetto ignobile, perché si basa sullo sfruttamento delle risorse naturali ed agricole per accaparrarsi incentivi pubblici e non produce un briciolo di sviluppo ed economia locale, si mettono avanti i temi del lavoro e dell' indotto.  Allora noi chiediamo agli amministratori ed ai pseudo investitori : "Ci vorreste, per cortesia, dire chiaramente in che cosa migliorerebbe la qualità della vita dei cittadini della Sabina, così come di qualunque altro territorio, dove nascono questi impianti?".Intanto i più informati, dotati di mezzi e denari, hanno accumulato legno di tutti i tipi tagliando quello che volevano. E' bastato che si diffondesse la voce dell'impianto a biomasse a Ponte sfondato ed a Ponzano romano che già i più 'avveduti' hanno raccolto, tagliato, frantumato, pronti a cedere all'impianto il combustibile. Ma chi regolamenta il taglio, chi decide i quantitativi di produzione di cereali per bruciarli. A Ponzano Romano il Consiglio comunale ha approvato, già da un pò, la realizzazione di un impianto di produzione elettrica a biomasse di un' azienda privata. Lo ha approvato il Comune perché l'azienda ha dovuto dimostrare che l'impianto era utile alla produzione aziendale e quindi , in deroga alle norme urbanistiche vigenti, si poteva costruire . Il risultato è, a quanto si dice, che i proprietari delle aziende sono alla ricerca e forse hanno già trovato nuovi terreni, al di fuori del perimetro così come indicato in progetto. Tutto ciò è lecito? non lo so, è probabile che lo sia, ciò che m' interessa e m' indigna che ora sui bei terreni della piana di Ponzano invece di produrre per la zootecnia ovvero di incentivare le carenti se non inesistenti produzioni orticole e men che meno, invece di dedicarsi alle produzioni di qualità ( visto che l'amministrazione vanta, con la consueta ipocrisia,  l'iscrizione del Comune alla associazione delle città e dei Comuni Bio) si produce per bruciare, consumando acqua, suolo, adoperando chimica a tutto spiano... insomma una stronzata. Noi cittadini diciamo la nostra e manifestiamo le nostre idee, gli amministratori quando non sono supinamente d'accordo come a Ponzano romano, e sarebbe interessante sapere perchè,  potrebbero dare forza alle idee precise e contrarie dei cittadini?. Io credo che la produzione di biomasse per l'energia sia l'ultima delle pietre tombali sull'agricoltura. Con la crisi del settore agricolo e soprattutto dei piccoli agricoltori i terreni incolti diventano adatti alla predazione dei rapaci imprenditori dell'incentivo, gli imprenditori farlocchi di cui l'Italia è piena , che non rischiano mai nulla ed usano i nostri soldi per arricchirsi .

ORA BASTA  !!!!
GLI INCENTIVI SONO SOLDI NOSTRI E DECIDIAMO NOI A QUALI SETTORI ECONOMICI E SOCIALI VANNO OFFERTI

lunedì 14 maggio 2012

L'assessore Regionale all'Ambiente Mattei ordina al Comune di Ponzano Romano la revoca della delibera con la quale si sarebbe dovuto procedere al taglio del bosco di Ramiano.

Facendo seguito ad una interrogazione in Consiglio Regionale a firma del consigliere regionale Filiberto Zaratti del Gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà nel quale si chiedeva all'Assessore all'urbanistica ed all'Assessore all'ambiente se fossero informati e se rispondesse al vero che il Comune di Ponzano Romano avesse deliberato per il taglio totale di un bosco ad alto fusto in dispregio delle normative vigenti , l'Assessore Mattei ingiungeva al Comune di Ponzano di revocare la delibera poichè illegittima.
Per adesso il bosco è salvo. E' stato disposto un nuovo intervento che dovrebbe seguire le procedure di legge. Speriamo, nel frattempo vigileremo.

Seduta n.126 del Consiglio Regionale del Lazio marzo 2009



In questa seduta viene approvata l'ennesima variante al Piano Regolatore Consortile del Consorzio di sviluppo industriale di Rieti che comprende l'area del Polo della logistica di Passo Corese. Tra l’altro l’assessore Montino nel farfugliante intervento recita “(omissis) non porta modificazioni sostanziali” mentre Perilli fa da bordone in uno stile classicamente di chi parla “ad Antonio perché Giuseppe intenda” visto che da esponente politico locale avrebbe dovuto dichiarare le impressionanti modifiche apportate al Piano regolatore consortile, spiegarle ed assumersene la responsabilità politica ed invece afferma “lascia intatto l’impianto della zona artigianale”(omissis)” andiamo a migliorare la viabilità interna “ ed amenità varie non mancando di rassicurarci sulle indagini archeologiche. Dinanzi all'unico intervento in controtendenza di un consigliere dell'allora opposizione, oggi maggioranza in Consiglio regionale, nel quale si chiede perchè questo provvedimento non sia stato discusso nella competente commissione consiliare gli risponde prontamente il presidente della Commissione Urbanistica Moscardelli affermando che la Proposta di deliberazione Consiliare e cioè la variante al Piano Regolatore Consortile non è di competenza dell'Urbanistica ma delle Attività produttive .(Ridicolo!!! tant'è che l' illustra l'assessore all'urbanistica Montino). Interessanti gli esiti della votazione "APPROVATA ALL'UNANIMITA'" (no comment).
A proposito di reperti archeologici sappiamo che  i famosi quattro cocci indicati dal Presidente del Consorzio industriale Ferroni comprendono: tombe, strade, mura, parti di colonne ma ancora non si ritiene necessario intervenire. Ma a questo aspetto dedicheremo un po’ più di spazio poiché non si capisce che cosa bisogna trovare nelle indagini archeologiche ‘preventive’ per far scattare ‘la tutela’ almeno sull’area del ritrovamento.




http://youtu.be/9qhc7YKvfyk

Il Piano rifiuti della Provincia di Rieti non convince.

Abbiamo ascoltato a lungo, abbiamo organizzato numerosi incontri, in questi anni, per avere informazioni certe sui modi e sui tempi per procedere, in provincia di Rieti, finalmente, ad una corretta politica nella gestione dei rifiuti. Abbiamo proposto buone pratiche attuate in altri comuni del Lazio, basati sui principi fondamentali che caratterizzano, oggi, la gestione del RSU: diminuire a monte la produzione dei rifiuti, riciclare tutte le componenti utili, trasformare e quindi riutilizzare la frazione indistinta, ridurre progressivamente fino a ‘zero’ il conferimento in discarica. Negli anni abbiamo discusso di possibili nodi problematici da risolvere. Oggi non possiamo far altro che constatare che il Piano rifiuti della Provincia di Rieti non ci convince affatto. Può sembrare un giudizio un po’ eccessivo e quindi è necessario spiegare. Innanzitutto nel merito del progetto. Da parte dell’amministrazione provinciale si fa riferimento allo studio curato dall’Università ‘La Sapienza’ di Roma (2008) che essi stessi definiscono studio di base per l‘elaborazione del Piano. Quindi, com’è giusto che sia, non è un Piano, poiché questo lo elaborano le amministrazioni pubbliche con il conforto delle informazioni a carattere tecnico scientifico. Infatti un buon metodo di sinergia tra le amministrazioni pubbliche e i centri di ricerca è quello nel quale ognuno si fa carico delle proprie responsabilità in relazione ai propri ruoli e funzioni. Quindi non è ozioso domandarsi che cosa ha chiesto l’amministrazione provinciale all’Università; a quali domande doveva trovare risposte lo studio di base? In numerose dichiarazioni alla stampa il Presidente Melilli e l’assessore Felici affermano che con questo piano si è proceduto, finalmente, a dotare la provincia di Rieti di uno strumento utile anzi indispensabile per chiudere il cosiddetto ciclo dei rifiuti. Ma come lo si chiude è una scelta politica non certo solamente tecnico-scientifica. Innanzitutto constatiamo che gli obbiettivi di recupero del 40% sono assolutamente insufficienti ad adeguarsi alle normative vigenti e non è poco, poiché stabilire percentuali di recupero maggiori implica una rimodulazione tecnico-economica del Piano. Altra questione: la chiusura del ciclo dei rifiuti. Nelle previsioni si indicano: impianto per il recupero della componente umida con la finalità di produrre FOS, separazione e vendita di metalli, carta e plastiche, riciclabili; produzione di Combustibile Derivato dai Rifiuti, scarti etc… Ora a proposito della produzione di CDR noi dobbiamo supporre che una tale indicazione sia stata fornita dalla Provincia di Rieti poiché, anche a livello regionale, esistono impianti per la produzione di inerti stabilizzati dalla frazione indistinta del rifiuto che consentono di ‘chiudere il ciclo’ anche di questa componente in modo economicamente vantaggioso ed anche nel rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini. La Provincia di Rieti, quindi, se indica il CDR quale soluzione per una componente del rifiuto opta per l’incenerimento. E perché una tale scelta? E’ realmente incomprensibile. Mentre di incenerimento si può ancora parlare nei casi limite in cui non ci sono, almeno momentaneamente, alternative in un processo di chiusura del ciclo dei rifiuti nelle quantità ‘importanti’ di centri densamente popolati, nel caso in questione è veramente una scelta scellerata ed immotivata. Oltre alle questioni sanitarie su cui si possono avere pareri discordi a seconda delle fonti scientifiche a cui si vuol fare riferimento, per le considerazioni di carattere economico non vi sono dubbi : è assurdo bruciare ciò che può essere economicamente vantaggioso. In questo caso il vantaggio consiste nella vendita degli inerti stabilizzati alle aziende che si occupano di costruzioni di infrastrutture, edili etc… Ci chiediamo chi ha dato input del genere e perché. I costi per la produzione del CDR sono indicati nelle diverse tabelle poste a commento sintetico delle trattazioni del Piano e non sono di poco conto. Ed allora perché si sceglie di far spendere i cittadini invece di farli guadagnare o per lo meno risparmiare? Possiamo anche aggiungere che il CDR , in Italia, può comprendere , in percentuali indicate e fissate per legge, anche parte delle frazioni ‘nobili’ del rifiuto, per rendere il Combustibile più efficiente energeticamente. Ciò significa che una siffatta scelta porta ad una inevitabile conseguenza: non vi sarà nessun incentivo a diminuire la quantità dei rifiuti prodotti e ad aumentare in modo significativo la percentuale di recupero poiché verrebbe meno la quantità ottimale per rendere economicamente vantaggioso produrre CDR. Esistono altre considerazioni. Nell’assenza di elaborazione della Provincia, alcuni comuni ed alcune unioni di comuni hanno elaborato propri progetti per la raccolta differenziata con obbiettivi ben più lungimiranti e più ‘informati’ di quello approvato dalla Provincia. Che fine faranno questi progetti?La Provincia ha messo in moto un meccanismo a dir poco farraginoso. Invece di dare indicazioni di massima, stabilire obiettivi di minima e strategia di chiusura del ciclo con la creazione di adeguati impianti e lasciare libertà ai comuni e proprie unioni, di gestire il ciclo dei rifiuti rispettando i minimi fissati dal piano, si dà vita ad un Consorzio di comuni a cui devono, ripeto devono, aderire i comuni se vogliono fruire dei vantaggi economici e degli impianti previsti nel Piano e nelle successive deliberazioni da questo derivanti. Quindi un papocchio da cui si tenta di uscire con l’individuazione di sub-ambiti omogenei che divengono un’articolazione dell’ambito provinciale. Ma come si procederà? Quali sono i procedimenti amministrativi per incentivare l’autonomia territoriale soprattutto se questa si presenta con caratteristiche migliorative rispetto agli obiettivi di Piano? Non si capisce. Tutto è ancora da esaminare con buona pace dei tempi di attuazione che inevitabilmente scivolano verso le calende greche. Ma allora a chi giova tutto ciò. Noi pensiamo veramente che non giovi a nessuno e che si farebbe meglio a seguire, e non sono pochi, gli esempi migliori che ci vengono offerti anche nella nostra regione. E poi, in questi casi, ma in molti altri, sarebbe necessario sopprimere questa sorta di autismo localista. Un’ultima parola, infatti, meritano localizzazione e tipologia degli impianti. Sappiamo che molti comuni della Bassa sabina romana stanno affrontando, in questi stessi giorni, problemi simili per il trattamento dei rifiuti, con l’obiettivo di affrancarsi della carenza di impianti. Ma allora non sarebbe meglio affrontare la questione a livello comprensoriale creando le premesse per la realizzazione di impianti dimensionati sulle necessità di una più amplia platea di utenti? Si migliorerebbero le performance economiche degli impianti stessi e diminuirebbe la spesa. Ed ancora dov’è l’apporto del Consorzio industriale così attivo in altri ambiti molto meno utili alla collettività?

Insomma questo Piano non convince affatto ed è necessario trasformarlo radicalmente.

Luciano Blasco



martedì 31 maggio 2011

IL BOSCO DI RAMIANO, NEL COMUNE DI PONZANO ROMANO, E' IN PERICOLO.








Il bosco di Ramiano si estende su di una superficie di oltre 60 ettari di cui, gran parte, nel comune di Ponzano romano.
Più di trenta anni fa il Comune decise di avviarlo a coltura ad alto fusto. Si tratta di una delle possibili conduzioni di un bosco. Il bosco d'alto fusto è costituito da piante nate esclusivamente da seme e quindi rinnovatesi per via gamica e si distingue da quello ceduo poichè quest'ultimo si rinnova dopo il taglio dalla nascita dei nuovi polloni formando delle ceppaie. Già da questa differenza si capisce l'importanza naturalistica ed ambientale di un bosco ad alto fusto. In effetti, per avere un bosco ad alto fusto è necessario compiere una serie di operazioni periodiche con le quali vengono , per esempio, selezionate le piante migliori per un ulteriore accrescimento. Che una amministrazione comunale scelga questa opzione è cosa rara. Ebbene, dopo oltre 30 anni, l'attuale amministrazione comunale di Ponzano, ha deciso di tagliare questo bosco come se fosse un qualunque bosco ceduo, che tra l'altro non manca in zona. Nel piano del taglio di tutte le superfici boschive si è deciso di cominciare a tagliare tre lotti per un totale di quasi dieci ettari . Senza preoccuparsi dei vincoli esistenti, senza preoccuparsi delle normative regionali e nazionali che tutelano le superfici boscate, hanno deciso di tagliarlo per ricavare una cifra veramente ridicola: circa 15.000 euro era la base d'asta. Pensate che era talmente bassa che l'aggiudicatario aveva offerto il 60% in più, e comunque ci avrebbe guadagnato. Non si sa perchè, ma forse è indicibile, il comune, visti i risultati dell'asta, ha deciso di non dare seguito al taglio poichè era stato riscontrato un errore nel bando. I veri motivi non li sappiamo. Fatto sta che ancora oggi questo bosco potrebbe essere sottoposto ad un taglio veramente devastante. Come se non bastasse i costi per la perizia e per la redazione del piano del taglio delle varie superfici boscate è costato più di quanto il comune pensava di guadagnare dal taglio di questi primi 10 ettari. Ma perchè nessuno sembra protestare? Il bosco è una risorsa naturale ma anche economica. Se gestito come un patrimonio da rispettare e da fruire si potrebbero organizzare passeggiate naturalistiche, potrebbe essere meta di momenti di svago e di tranquillità. Persino i cacciatori non dicono nulla. Ma perchè siamo così insensibili alla tutela del nostro patrimonio. Perchè non pensiamo di fare economia locale anche con la fruizione compatibile delle bellezze naturali? Eppure siamo a pochi metri dal casello autostradale Ponzano-Soratte. Se volete mandate le vostre e-mail di richiesta di spiegazioni al sindaco Enzo De Santis all'indirizzo ponzanoromano@libero.it

martedì 29 marzo 2011

Il Fiume Farfa in provincia di Rieti : è ora di provvedere alla sua definitiva tutela.

La storia che vogliamo raccontare è quella di un corso d’acqua che confluisce nel fiume Tevere a Nazzano in provincia di Roma ma il cui corso, di circa 25 chilometri, attraversa alcuni comuni della Provincia di Rieti. Il Farfa nella sua antica storia, citato persino da Ovidio nelle Metamorfosi (libro XIV), ha continuato a donare all’uomo non soltanto la bellezza e salubrità delle proprie acque e la godibilità dei luoghi caratterizzati dalla sua presenza, ma ha continuato a donare le acque per dissetare gli abitanti della capitale, per irrigare i campi che sorgono lungo il corso arricchiti dai continui generosi apporti del fiume, ha donato la propria sabbia e la ghiaia a coloro che hanno, in più di cinquant’ anni, realizzato impianti estrattivi, ed ancora le sue acque cristalline hanno ospitato le specie ittiche che oggi vengono pescate ed il bosco ripariale ospita le specie faunistiche oggetto di caccia, ed ancora il suo corso ospita i liquami provenienti dai centri abitati, ed ancora le sue acque vengono usate per lavare gli inerti e ritornano cariche di detriti, ed ancora nelle stesse acque tante persone trovano ristoro dalla calura estiva …
Il Farfa è una creatura vivente e se lo immaginassimo dotato di anima potremmo dire che è stato ed è ancora oggi generoso con noi. Ma fino a che punto? I limiti della naturale rigenerazione di un corso d’acqua sono noti ed il fiume, da qualche anno, comincia a soffrire delle esigenze unilaterali dell’uomo. Guardando al passato, sappiamo che l’uomo riteneva la natura una risorsa necessaria alle proprie attività ed esigenze eppure, in quel mondo arcaico, si aveva la consapevolezza di non arrecare eccessivo danno alle fonti del proprio benessere perché ciò avrebbe danneggiato l’intera collettività. Un punto di vista primitivo ma apparentemente efficace che rendeva necessaria la consapevolezza dei limiti dell’azione dell’uomo, sempre ed unicamente a tutela dell’uomo stesso. Oggi ci diciamo moderni e sviluppati e guardiamo con ironia a quegli esseri primitivi eppure le nostre amministrazioni pubbliche rischiano di far sorridere quei ‘primitivi’ se solo potessero vederci. Per quanto riguarda il fiume Farfa, infatti, nessuno ha voglia di occuparsene ed in poco tempo sarà destinato a divenire un corso d’acqua dalle sponde piene di scarichi, di rifiuti, la qualità delle acque, tranne quelle captate dalle sorgenti per dissetare i romani, decadrà. Mentre il comune di Mompeo ha istituito un monumento naturale a tutela delle gole, ed i comuni di Nazzano e Torrita Tiberina nel 1979 ne hanno tutelato l’immissione nel Tevere con l’istituzione della Riserva regionale Tevere Farfa, gli altri comuni non fanno nulla. In effetti operano ma unicamente nel creare costosissime infrastrutture (strade, stradelle, percorsi ciclabili) di cui avremmo fatto volentieri a meno . Retoricamente vantano una incredibile progettualità sul fiume, è stato persino annunciata la firma di un “Contratto di Fiume” con la nostra associazione nazionale, ma non si tutelano la qualità delle acque e dell’ambiente circostante se non nei depliants elettorali e nei discorsi pubblici. La politica e l’amministrazione non può fermarsi ad enunciazioni di principio ma deve operare nella direzione di quelle dichiarazioni e degli intenti dichiarati, in caso contrario, va giudicata per il mancato raggiungimento degli obiettivi. Nessun comune immagina progetti di incentivazione delle produzioni agricole di pregio in quell’area. Nessuno ferma attività illegali di lavaggio degli inerti. Nessuno tenta di arginare l’opinabile attività di escavazione. Qualcuno ancora scarica le fogne nelle acque del povero fiume, altri destinano l’area ad una lucrosa attività venatoria, la Provincia è completamente assente.
Intanto, un cittadino anzi una famiglia nel tutelare i propri interessi , visti i danni subiti da illecite attività sul fiume, ottiene giustizia, dopo numerosi lustri, dai tribunali (tribunale ordinario di Roma , sentenza n° 492/04; sentenza della corte d’appello di Roma, sezione terza civile, del 1 febbraio 2011). Le due aziende oltre al risarcimento dei danni dovranno asportare i materiali che hanno causato una trasformazione delle sponde del fiume. Ma perché una famiglia deve ricorrere al giudizio in tribunale e quindi opporsi all’illegalità diffusa? Forse era necessario vigilare affinchè non si creassero proprio i presupposti di un’azione legale. Sarebbe bastato far rispettare le leggi. Ma pare che questo sia il problema a Rieti come nel resto d’Italia. E’ auspicabile che almeno dopo queste importanti sentenze l’amministrazione provinciale di Rieti ed i comuni che avrebbero dovuto vigilare, lo facciano oggi.
Esistono almeno due progetti di tutela del fiume Farfa depositati presso la Regione Lazio ( uno presentato dai comuni di Fara in Sabina, Montopoli di Sabina e Castelnuovo di Farfa ed uno di un’ associazione ambientalista con relazione scientifica di un ricercatore del CNR); l’Unione europea, su indicazione delle istituzioni scientifiche, considera il Farfa un fiume di rilevante importanza (gran parte del corso del fiume è indicato quale area Z.p.s – zona a protezione speciale), le leggi dello Stato tutelano tutti i corsi d’acqua, insomma le premesse ci sono tutte. Vogliamo iniziare un percorso virtuoso per arrivare alla definitiva tutela del fiume Farfa ed incentivare e promuovere lo sviluppo di attività economiche compatibili?
Utilizzando un’antica figura retorica di Marco Tullio Cicerone: qusque tandem abutere…patientia nostra?
Luciano Blasco
Sandro Mancini
Circolo Legambiente bassa Sabina

martedì 5 ottobre 2010

Ogni anno, Legambiente Bassa Sabina in accordo con le altre associazioni del territorio : ARCI, Postribù,Germogli... realizza un incontro con gli amministratori pubblici dell'area per discutere della questione rifiuti ed ogni anno nessuno risponde con proposte e progetti concreti. Ogni anno si lasciano parlare i rappresentanti di amministrazioni pubbliche virtuose che hanno saputo affrontare, in alcuni comuni del Lazio, il problema dei rifiuti. Ma a noi questa fortuna non sembra toccare. Le due Unioni dei comuni della Bassa sabina, al di là ed al di qua del Tevere chiacchierano del più e del meno, ma non succede nulla. Il tempo passa e a poco, a poco, quasi ci convinciamo che è veramente impossibile avere una gestione utile dei rifiuti attuando politiche differenziate e coerenti: diminuizione nella produzione, raccolta porta a porta, riciclaggio fino alla scomparsa anche della cosiddetta 'frazione indifferenziata'. Ma invece sono molti gli esempi che ci consolano e che ci obbligano a ragionare in termini non di singoli, piccoli, comuni ma di comprensorio . Questo filmato che vi propongo è interessante e serve in parte a consolarci ed in parte a farci capire quanto vaniloquio utilizzino i nostri amministratori locali, provinciali e regionali. Con l'aggravante che ogni volta che ci si confronta con questi inutili signori quasi ci si sente dei 'sovversivi', degli 'scalmanati ambientalisti' , eppure, quelli del filmato, sono degli imprenditori, che trasformano i rifiuti in soldoni.

martedì 8 giugno 2010

Una catena umana anche nel Lazio contro il nucleare


Da qualche giorno è nato su Facebook un nuovo gruppo: CATENA UMANA CONTRO IL NUCLEARE ANCHE NEL LAZIO. Si tratta di una iniziativa rivolta a tutti: istituzioni, cittadini singoli ed associati che intendano opporsi al nucleare in Italia. Malgrado il referendum del 1987 il governo di destra ha deciso di riproporre la produzione di energia elettrica da combustibile nucleare in Italia. Noi siamo contrari e chiediamo a tutti coloro che condividono questa convinzione di collaborare alla realizzazione di questa manifestazione pacifica e significativa. Contro le tenologie dell'inquinamento, della militarizzazione e della morte rispondiamo con una lunga catena di uomini e donne che uniscano i due siti nucleari del Lazio: la centrale dismessa di Borgo Sabotino in provincia di Latina, probabile sito di stoccaggio dei materiali di risulta del combustibile nucleare; e il molto probabile sito della centrale nucleare di Montalto di Castro. Dovremo coinvolgere migliaia di persone che vengano da tutta Italia a testimoniare una ferma volontà di contrastare i piani del governo e di poche elite economiche che hanno quale unico obbiettivo il profitto e in dispregio la tutela dell'ambiente, la sicurezza e la salute dei cittadini.

SABATO 26 GIUGNO 2010 GIORNATA NAZIONALE CONTRO IL NUCLEARE




Partecipate con iniziative collettive o personali ad una battaglia indispensabile per il nostro futuro.

lunedì 24 maggio 2010

Un sito che ci riguarda



http://www.cannetosabino.com/images/panoram_a.gif

venerdì 14 maggio 2010

Il Fiume Farfa si riempie di sostanze inquinanti? nessuno lo saprà mai...

(foto di Antonio Pozzi)

La ‘Legge 8 agosto 1985, n. 431’ meglio nota come legge Galasso indica delle norme di tutela per varie categorie di cosiddetti beni pubblici tra cui i corsi d’acqua. Ma perché norme di tutela e di rispetto. Quali le finalità del legislatore. Le desumiamo da una sintesi che ci pare calzante

La Legge n. 431/85, detta "Legge Galasso", costituisce la prima normativa organica per la tutela degli aspetti naturalistici del territorio italiano, incidendo decisivamente anche nel campo particolarmente delicato dei rapporti tra Stato e Regioni. La norma classifica come bellezze naturali soggette a vincolo tutta una serie di territori individuati in blocco e per categorie morfologiche senza la necessità di alcun ulteriore provvedimento formale da parte della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda le sanzioni, la legge prevede che con la sentenza di condanna il Pretore ordini anche la rimessa in pristino dello stato originario dei luoghi a spese del condannato. Le opere edilizie nei luoghi vincolati saranno sempre possibili ma dietro espressa autorizzazione preventiva degli organi regionali competenti. Tali autorizzazioni, soggette tra l'altro a controllo e verifica da parte del Ministero per i Beni Ambientali e Culturali, sono atti vincolanti ad osservanza obbligatoria da parte dei singoli Comuni che non possono rilasciare a loro volta autorizzazioni e concessioni in contrasto con tale pronuncia oppure in assenza di essa. ‘
Ma oltre alla tutela la legge tende a preservare il territorio nel suo complesso e, per quanto riguarda i corsi d’acqua, risulta particolarmente importante quanto prescrive e cioè l’impossibilità ‘assoluta’ ad edificare in un’area compresa nei 150 metri dagli argini ovvero dal letto dei corsi d’acqua.Tale prescrizione è posta, paradossalmente, anche a tutela delle ‘opere dell’uomo’ poiché le acque dei fiumi, in relazione alle condizioni atmosferiche ed alla intensità delle precipitazioni, devono poter liberamente affluire nelle cosiddette aree di esondazione che periodicamente sono inondate e poi, nuovamente, abbandonate dalle acque. L’opera dell’uomo, sugli alvei fluviali, spesso non permette questi normali assestamenti delle acque fluviali.Costringere i fiumi in ambiti ristretti o entro alvei in cemento può contribuire alla sicurezza di quei determinati luoghi, ma rinvia il problema a monte o a valle di tali opere. L’acqua non si può fermare e se le opere di contenimento non sono state attentamente studiate causano disastri di cui siamo spesso testimoni in Italia. E’ quello che sta accadendo in questi giorni lungo il fiume Farfa. Le ondate di piena sono un fenomeno naturale e per quanto prevedibili, in relazione, appunto, alle precipitazioni atmosferiche, bisogna rispettare il naturale deflusso delle acque salvo quando non sussistano reali pericoli per centri abitati o altre fattispecie. Ma nel nostro caso alcune aziende hanno edificato illecitamente e senza logica, muretti e opere varie in prossimità dell’alveo fluviale. Altro che 150 metri previsti dalla norma, non ci sono che pochi centimetri di distanza dal corso del fiume. Ed allora succede che in caso di piene ecco che l’acqua ‘maldestramente’ non si contiene e va dove può. Ma questo è niente. Nel rientrare nel proprio alveo porta con sé quello che ha trovato lungo il suo percorso: detriti, sostanze inquinanti o meno, relitti vari. Tutto. In questo modo le acque prima, ed il letto del fiume dopo, si riempiono di ‘monnezza’. Questi 'detriti' possono pregiudicare la vita della fauna e della flora locale e, tra l'altro, bisogna ricordarsi che in quei luoghi , d’estate , molte persone andranno a trascorrere qualche momento di refrigerio dalla calura estiva, andranno a balnearsi; a consumare qualche buon pranzetto; a trascorrere con gli amici e la famiglia momenti spensierati ed a godere dei ‘propri beni’. Chi dirà a queste persone che il loro bel fiume sta diventando una schifezza e che nessuno se ne frega al di là dei soliti, noiosi ambientalisti…
Nessuno. Anche questo bel fiume è considerato usa e getta come tutto ormai. Un bene di irresponsabile consumo.

mercoledì 5 maggio 2010

martedì 4 maggio 2010

Inaugurazione mercato dei produttori a Frasso Sabino (RI)



Finalmente s'inaugura il mercato dei produttori di Osteria Nuova, lungo la Salaria nel comune di Frasso sabino. Belle e comode strutture e molti espositori hanno partecipato alla prima edizione in occasione della fiera che si svolge ogni prima domenica del mese ad Osteria nuova. Certo la gran parte degli stand's era occupata da produttori di salumi e formaggi, ovvero olio di oliva e miele , un pò per il periodo di scarse produzioni agricole ed un pò perchè gli stand's sono troppo costosi per un produttore di frutta e verdura che dovrebbe vendere quintali di prodotti per recuperare le spese poichè una volta al mese è troppo poco. Ma si tratta di una prima edizione e bisognerà attendere le prossime. Inoltre una periodicità del genere è utile per venditori di prodotti quali quelli offerti e già citati ma non può costituire un mezzo efficace per permettere gli acquisti utili ad una famiglia. Rimane il valore promozionale ed anche culturale dell'iniziativa che oltre ai prodotti ha offerto laboratori ed incontri tematici. Un elogio all'amministrazione comunale di Frasso sabino ed al sindaco Statuti che ha creduto con tenacia all'iniziativa .

lunedì 15 marzo 2010

Lunedì 22 marzo alle 18,30 a Nazzano , incontro pubblico sulla Bassa Sabina

Lunedì 22 Marzo 2010 a Nazzano alle ore 18,30 nella sala consiliare, incontro pubblico : Bassa Sabina sviluppo locale o periferia di Roma.

Nuove, piccole e grandi urbanizzazioni, centri commerciali, artigianali, industriali, logistici. Tutto sta accadendo in questi ultimi 10 anni, o almeno così ci è sembrato. Grandi progetti arrivano su piccoli territori senza alcuna possibilità di intervenire per modificare, correggere o rifiutarne i contenuti. Milioni di euro di denaro pubblico speso in infrastrutture inutili. Ettari di terreno agricolo che diviene preda di speculatori . Tutto ciò con l'assenso delle amministrazioni pubbliche. Basterebbero molti meno soldi da investire in formazione, cultura, promozione e nella creazione di reti territoriali dedicate ai prodotti di qualità, alla fruizione dei beni culturali, ambientali di cui il territorio della Sabina non è certo privo per far decollare l'economia locale. Eppure non si fa. Esiste una pianificazione che determina la subalternità dell'economia locale ai progetti di piccoli e grandi speculatori, di amministratori incapaci o troppo iconsapevoli, ed alle grandi necessità della città di Roma.
A Nazzano ha inizio un ciclo di incontri organizzato da Legambiente Bassa Sabina insieme al nucleo promotore di Italia Nostra di Ponzano romano, ed altri partner che di volta in volta vorranno collaborare, per capire cosa stia succedendo e cosa fare per contrastare tutto ciò.

Interverranno:

Annunziata Maccari
Comitato RES per lo sviluppo sostenibile della valle del Tevere

Luciano Blasco
Sociologo - Legambiente Bassa Sabina

Filiberto Zaratti

Assessore regionale Ambiente e cooperazione tra i popoli. Regione Lazio

Paolo Berdini

Urbanista - Docente Università Roma Tor Vergata

Carlo Blasi

Direttore del Dipartimento di Biologia Vegetale, Università di Roma “La Sapienza”.

Silvano Falocco
Economista ambientale - Ecosistemi s.r.l.

giovedì 4 marzo 2010

Per essere protagonisti di una nuova idea di sviluppo

Caro Blasco, sono tornato da poco dal Trentino dove ero finito per lavoro e mi trovo i tuoi terribili aggiornamenti. E' davvero sconfortante vedere cosa stia succedendo nella meravigliosa Sabina, anche in zone ultra-vincolate. Però, per comprendere bene la questione, è necessario contestualizzare la situazione locale in un quadro più generale. Giro spesso l'Italia in lungo e largo e ti posso assicurare che questo a livello di tutela ambientale e paesaggistica è un periodo assolutamente nero: si assiste ad una generale deregulation ove ogni legge e vincolo formalmente esistente diviene un facile ostacolo da superare. Fino a pochi anni fa non era così e certe zone venivano più rispettate, mentre lo sviluppo "selvaggio" si concentrava su aree particolarmente popolose, vocate all'industria o al pendolarismo. Ora in tutta Italia - anche in zone che fino a qualche decennio fa sembravano "sacre" - si vedono scempi clamorosi ed incessanti. L'ultima mia discesa dal Trentino ad Aprilia è stata una galleria di devastazioni al paesaggio italiano: nella pianura e nella montagna veneta villette e capannoni a ripetizione per decine di chilometri, spesso senza soluzione di continuità; nelle periferie delle città e cittadine emiliano-romagnole oltre ai capannoni e alle villette spuntano spesso palazzoni altissimi o addirittura veri e propri grattacieli; l'area metropolitana di Firenze-Pistoia-Empoli ecc... ormai sembra a tratti - per disordine urbanistico e per orrori paesaggistici - quella di Napoli-Caserta; per non parlare dei capannoni buttati praticamente a caso in Val di Chiana e in Valdarno, o ai piedi di borghi magnifici ad alta vocazione turistica; attraversando invece le valli umbre, praticamente ogni paese delizia il viaggiatore con le sue aree industriali-artigianali, mentre i soliti capannoni spuntano come funghi anche nei pressi di borghi e paesetti sperduti e la stessa splendida Perugia vede ogni mese (non ogni anno) aumentare la propria periferia in maniera massiccia e secondo forme assolutamente aliene dal contesto delicatissimo del paesaggio urbano storico; per non parlare di quello che accade da Roma in giù, su cui è meglio stendere un velo pietoso. A confronto di quello che ho visto in questo mio viaggio quei quattro capannoni sotto Torrita sulla strada per Poggio Mirteto sono un gioco da ragazzi...!
Il problema è che sembra non esserci più una pianificazione dell'alto - regionale o provinciale - che fissi dei limiti (o faccia rispettare vincoli già esistenti) almeno nelle aree più pregiate. Le mie numerose esperienze in Trentino mi hanno per esempio insegnato che una regione "seria" dovrebbe salvaguardare almeno quelle zone vocate naturalmente al turismo o all'agricoltura di qualità. In Trentino-Alto Adige, infatti, si costruisce moltissimo, ma mediamente "bene". Fatta eccezione per alcune zone suburbane e per le valli più industrializzate dove stanno spalmando capannoni e centri commerciali osceni (in particolare Valsugana e basso Valdadige), le zone riconosciute dalla regione come "turistiche" sono oggetto di grandi attenzioni da parte delle soprintendenze, le quali - a differenza di quelli nostri, pigri e menefreghisti - fissano (e fanno rispettare) regole assai precise sulle forme e sui materiali (oltre che sulle tecnologie di risparmio energetico) da utilizzare nelle nuove costruzioni. Se c'è bisogno di costruire un capannone in una zona di pregio, la licenza arriva presto (in modo tale da non indurre all'abusivismo), ma la struttura sarà uniformata a certe regole che limitino il suo impatto paesaggistico-ambientale (ad es. coperture a falda di legno, con risvolti positivi fra l'altro per l'industria legnaria). Certo, non è che costruire semplicemente "belle cose" sia la via da percorrere all'infinito, poiché si finirebbe comunque col consumare man mano tutto il territorio. Ora, la Sabina rientra oggettivamente fra le aree più pregiate del Lazio, ma non c'è alcuna pianificazione regionale atta a salvaguardarne il potenziale turistico, anche con piccoli accorgimenti nel campo dell'edilizia. Inoltre, non riesco a capire perché NESSUNO fra gli ambientalisti - o presunti tali - sabini abbia mai posto la problematica della "qualità" delle nuove costruzioni. Trovo oltre tutto incomprensibile che, a monte di quest'aggressione senza precedenti al territorio, l'ambientalismo sabino non abbia ancora organizzato un convengo serio dove mettere al tavolo tutti gli amministratori locali-provinciali-regionali per esigere dalle istituzioni quelle regole che rendono sostenibile lo sviluppo economico. Mi rincresce poi che non si sia ancora proposto in maniera unitaria - da parte sempre delle svariate associazioni sabine - un progetto del tipo del Parco Agricolo e Culturale della Sabina. In un convegno di qualche mese fa a Rieti sullo sviluppo rurale nella Sabina, mi ricordo gli stessi agricoltori chiedere al consigliere Perilli a gran voce la tutela del paesaggio come elemento fondamentale dello sviluppo dell'agricoltura nella Provincia. Perchè non coinvolgere le tante aziende agricole in una grande protesta a Rieti o addirittura a Roma in regione, finalizzata alla tutela della Sabina ora e per sempre?!?!??!?!?!
Mi pare che finora si brancoli nel buio, che non si facciano proposte concrete, che non ci sia la volontà di prendere in mano la situazione, anche perché non è che i sindaci e gli uffici tecnici di Comuni così piccoli siano dei "dittatori" onnipotenti di fronte ai quali non è possibile ricavare nulla, ma quattro furbetti buzzurri messi sulla poltrona da qualche centinaio (o qualche decina!!!) di voti... Lo dirò sempre - e anzi mi sto anche stufando - non bisogna più fermarsi alla denuncia, ma occorre passare al contrattacco. A presto

Luca Bellincioni

martedì 2 marzo 2010

Attila e le rotatorie

Il progetto della messa in sicurezza della rotonda di Colonnetta, illustrato dall`amministrazione comunale di Montopoli di Sabina (RI), è, a mio avviso, l’ennesima iniziativa infrastrutturale che sottende la creazione di una ulteriore area artigianale-industriale sul nostro territorio.
A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina (G.A.)
Con il pretesto della messa in sicurezza dell’ incrocio tra SR313 (la cosiddetta Ternana) e via di Colonnetta,(nell`ambito di un programma regionale di messa in sicurezza di questa importante e trafficata arteria stradale che prevede la creazione delle rotonde: di Forano, di Capacqua, di Pontesfondato, di Passo corese e di Colonnetta) si sconvolgono totalmente le principali caratteristiche che questi luoghi offrono e i principali servizi a chi abita nell’area e a chi la visita.
Il progetto prevede infatti:
- lo spostamento del campo da calcetto: importantissimo luogo di ritrovo per i giovani di Colonnetta e non solo;
- la distruzione di un giardino con giochi per bambini: importante per le famiglie;
- la creazione di moltissime difficoltà per il raggiungimento della strada " Colli della città", abitata da molte persone che, normalmente, gravitano su Colonnetta;
- l`abbattimento di numerosi alberi, tra cui:
abeti centenari, parte del giardino per bambini; querce, alcune pluricentenarie, lungo la Ternana;
il viale di aceri e, paradossalmente, persino gli alberi piantati dai bambini della scuola elementare di Montopoli di Sabina, circa dieci anni fa, nell`ambito della "giornata dell'albero";
- lo sconvolgimento della Piana in cui si svolge, oramai da più di dieci anni, la festa di Colonnetta.
Tutto ciò, senza veramente risolvere il problema principale di quei luoghi relativamente alla sicurezza, ossia il rettilineo di circa 500 m che l'attraversa.
E’ qui che ogni giorno passano centinaia di mezzi pesanti, camion carichi di breccia, che vanno ad altissima velocità pur pesando anche decine di tonnellate.

La messa in sicurezza dell'abitato di Colonnetta potrebbe essere molto più semplice e meno onerosa (badate che il costo del progetto sarà di 600.000 euro) semplicemente costruendo la rotatoria attorno alla colonnetta ( da cui il nome) e mettendo dei dossi lungo il rettilineo.
Possibile che non si riesca ad immaginare interventi ed opere che pur nel raggiungimento delle finalità abbiano maggior rispetto dei luoghi così come sono stati plasmati negli anni da chi vi è vissuto ed ancora oggi vi abita?
L’unica speranza é che questo progetto non sia ancora definitivo, il primo era apparentemente peggiore, ma é solamente l'ultima proposta che poi dovrà essere presentata e approvata dalla Regione Lazio.

Forse é ancora possibile fermarlo....

Antonio Pozzi

lunedì 8 febbraio 2010

Il compitino è stato svolto ora attendiamo i risultati degli scrutini e vediamo se saranno promossi

Per più di un’ora ho assistito all’incontro del 6 febbraio a Poggio Mirteto dal titolo :" QUALE FUTURO PER LA BASSA SABINA,è possibile costruire un modello di sviluppo che coniughi lavoro,qualità della vita,valorizzazione e difesa dei prodotti locali,e del patrimonio culturale e ambientale"
ed ho ascoltato, con tutta l’attenzione possibile, gli interventi didattico-didascalici che si sono succeduti . Non ho potuto resistere a lungo poiché le argomentazioni erano un po’ trite ed il tono era veramente da comunicazione ‘alle genti semplici del nostro villaggio’. Ma in definitiva come non essere d’accordo con quanto si diceva ? Ma allora perché ho avvertito un profondo senso di fastidio sin da quando ho letto il manifesto dell’iniziativa?
Cercherò di spiegarmi in breve.
Tutto sarebbe stato accettabile se non avesse portato la sigla del PD (Partito Democratico). Nessuno degli oratori è infatti partito da una visione critica dell’operato delle pubbliche amministrazioni della Bassa Sabina, quasi tutte a guida PD. Senza eccedere con le critiche, il paesaggio sabino è ancora pregevole e quindi non grido allo scandalo per ciò che è accaduto, ma è altrettanto vero che mentre non vi è stata nessuna progettualità per la tutela e la valorizzazione delle caratteristiche peculiari del territorio sabino e quindi per la creazione dei presupposti per ‘un modello di sviluppo che coniughi lavoro…’ gli unici progetti elaborati e realizzati dalle amministrazioni locali a guida PD vanno nella direzione opposta. Infatti, solo per fare qualche esempio, i comuni di Montopoli, Fara e Castelnuovo di Farfa si sono , gommosamente, opposti alla creazione di un’area protetta sul fiume Farfa, pur beneficiando di sostanziosi finanziamenti pubblici; il comune di Poggio Mirteto continua a disseminare il proprio territorio di urbanizzazioni e aree industriali-artigianali; il comune di Torrita tiberina vaneggia su porti fluviali e villaggi rurali; (vedere il post Mattoni sabini) e quindi non si capisce di cosa questi nostri oratori ci vengano a parlare. E’ pur vero che non bisogna dare tutte le responsabilità ai governi locali e bisogna che i cittadini si armino di strumenti adatti a verificare, controllare e nel caso opporsi all’operato di chi li governa ed è precisamente quello che le associazioni locali, culturali ed ambientaliste, stanno cercando di fare ed è per questo che non sono state chiamate a partecipare al dibattito. Del resto le attività delle associazioni sono caratterizzate da esiti incerti poiché è stato disperso il patrimonio di culture, di saperi ed identità di un territorio vissuto ‘collettivamente’. Ogni ‘buon’ politico ha lanciato il messaggio, in verità non nuovo, che rivolgendosi alla politica ed agli amministratori si potevano risolvere i propri particolarissimi problemi. L’ultimo vero momento collettivo, identitario ed efficace, in quest’area, si è avuto con le lotte contro la mezzadria. Dalla fine di quelle lotte, a seguito dei clientelari interventi della Cassa per il Mezzogiorno per la creazione dell’area industriale di Rieti, mai più si è sviluppato un modo di vedere al futuro della Sabina quale territorio di tutti coloro che lo vivono. E così anche per la Bassa Sabina. Gran parte del paesaggio che oggi osserviamo è divenuto un luogo privo di senso. Dove non si progetta il futuro delle collettività e dove si possono, quindi, immaginare e realizzare i più svariati progetti a beneficio dell’individuo o delle poche, pochissime famiglie. In una parola il vecchio clientelismo che ha caratterizzato l’Italia del fascismo dove, per motivi addirittura vitali, era indispensabile ingraziarsi il potere; è continuato con la Democrazia Cristiana ed è arrivato fino a noi con tutte le formazioni politiche, con rarissime eccezioni. Nel frattempo sono mutati i bisogni ma è rimasta invariata la sostanza dei rapporti tra classe politica locale ed i cittadini. Il territorio sabino, quindi , non essendo più immaginato quale luogo dove elaborare un progetto futuro collettivo è divenuto da 'predare soggettivamente’. A questa istanza il Partito Democratico, le espressioni locali di questo partito, non hanno opposto alcun progetto alternativo. I modelli di sviluppo sono quelli postbellici attuati con 60 anni di ritardo: economia legata alle opere pubbliche (anche quelle cosiddette di rilevanza ambientale divenute il nuovo obiettivo di consumo e sperpero del territorio), all’edilizia senza qualità (come del resto in tutto il Lazio), all’attività estrattiva, alle opere infrastrutturali, spesso fortemente condizionate dalle necessità della città di Roma ed in questa accezione definite moderne. Senza alcun reale consenso delle collettività a cui viene solamente propagandato il miraggio di un posto di lavoro, la classe politica locale sta cercando disperatamente, ed a danno del territorio e del patrimonio comune , di accreditarsi con le centrali del potere economico nazionale. Ed è così che si spiega l'elaborazione del progetto del Polo logistico di Passo Corese del Consorzio di sviluppo industriale di Rieti che pur essendo un Ente pubblico economico non gode di alcuna trasparenza. I dettagli del progetto sono affatto pubblici. In pasto ai cittadini-elettori sono buttati, 1000e più posti di lavoro. Così semplicemente, come nel medioevo si lanciavano i resti dei banchetti dalle mura del castello alle plebi affamate. Senza alcun reale riscontro con il progetto che però ha fruito di importanti facilitazioni sul piano delle procedure e di ingenti finanziamenti pubblici poichè redatto da un Ente pubblico (il Consorzio) e sembra destinato a beneficio unico delle aziende private e non dell'economia del territorio. Il territorio sabino, così come fu nel già citato nucleo industriale di Rieti, è destinato a dare, forza lavoro ( se non qualificata, meglio,) e null'altro. Eppure i nostri politici avrebbero dovuto imparare proprio dalle sperienze del passato che non può esistere industrializzazione che produca benefici economici sui territori che non ne hanno mai avuta alcuna vocazione, dove non vi siano professionalità adatte, nè reti viarie e di comunicazione, nè reti immateriali. Insomma perchè ricominciare da zero con un enorme investimento economico pubblico e non potenziare, incentivare, promuovere le eccellenze reali di un'area geografica. Temo che questi fenomeni siano governati dall'incultura di una classe dirigente ed imprenditoriale che reitera all'infinito modelli economico-produttivi perdenti ed ormai obsoleti. Del resto nel nostro territorio non vi è traccia di imprenditorialità ad alti contenuti scientifici e tecnologici ed a basso impatto ambientale, né di sistemi territoriali (né in agricoltura, né nel commercio, né nei servizi), di potenziamento dei servizi (culturali, sociali, formativi), nè di attenzione alla cosiddetta green economy.
Non un accenno ad una moderna gestione dei rifiuti, poche iniziative sulle fonti energetiche alternative senza ulteriori scempi del territorio, superficialità nella cura ed il decoro dei centri storici senza interventi inutili, costosi ed invasivi. Insomma regna una cultura economica, politica e sociale tipicamente da area depressa al fine di perpetuare il mancato sviluppo e controllare rigidamente e fermamente il consenso elettorale. Non mi dilungo su queste analisi che sono ormai patrimonio della ricerca sociale e sociopolitica ma , in questo quadro, si collocano tutti gli interventi ed i progetti ancora non realizzati.
Ed allora chi sono le persone che ci hanno voluto spiegare la necessità di uno sviluppo differente per la Bassa Sabina? Persone di buona volontà e di buona cultura che niente hanno a che vedere con la politica del PD sabino ( della provincia di Rieti e Roma) e delle amministrazioni pubbliche da questo partito guidate, condizionate e occultamente appoggiate (vedi Ponzano romano). Oserei dire che si tratta di un’operazione elettorale forse realizzata all’insaputa degli ospiti. Comunque attendo di essere smentito e di vedere almeno una parte degli esponenti politici locali del Partito Democratico alla testa di un nuovo Rinascimento Sabino.
Eh! eh! eh! : scusate ma mi scappa da ridere.

Luciano Blasco

lunedì 25 gennaio 2010

La posa della prima pietra

Deus vult

Fu il grido di battaglia usato da Pietro l'Eremita nelle sue predicazioni per arruolare crociati per la Crociata dei pezzenti. (Wikipedia)

Come vedete è stato sottratto alla visione, non per mia decisione, il significativo filmato sulla posa della prima pietra della bretella stradale che unisce il futuro polo della logistica di Passo Corese con l'autostrada. Peccato non poter vedere e rivedere il consigliere regionale Mario Perilli, il consigliere regionale Bruno Astorre, il presidente del Consorzio industriale di Rieti Andrea Ferroni e le comparse varie, prodursi per un evento così 'rilevante'.Lascio comunque il post di commento che rende l'idea degli accadimenti avvenuti ma 'celati'.

Vi rendo partecipi di questa 'perla' scoperta nel mare di YouTube. Io lo definirei un filmato imbarazzante e 'naturalmente comico' se non fosse gravido di conseguenze per i nostri territori. E' pregevole notare come i protagonisti 'se la cantano e se la suonano' dinanzi ad uno sparuto manipolo di truppe cammellate, appena rivelate dal sonoro.Infatti ci si chiede dove siano le folle che, a dire degli amministratori pubblici e degli imprenditori, dovrebbero essere lì a plaudire ad un così importante e risolutivo progetto. Ma ahimè, spesso i precursori sono derisi ed incompresi. E' veramente degno di nota lo spalleggiarsi dei due esponenti politici di relativo rilievo che si rilanciano graziosamente i meriti parlando di cifre astronomiche, di posti di lavoro e di sviluppo, mentre il presidente Ferroni, oltre ad esibirsi in una qualche penosospiritosa facezia, da furbacchione promuove sul campo il consigliere regionale Perilli che diviene membro del Governo regionale e declama l'unico accenno di natura politica parlando ,strumentalmente, di benessere delle popolazioni. I poveri sindaci reggono ombrelli ed ostentano tricolori; a Cinecittà la definirebbero una 'comparsata'.

Le persone presenti a questo 'partecipato' momento pubblico sono tra coloro che vogliono ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo la realizzazione del Polo della logistica di Passo Corese, per favore ricordiamocene alle prossime elezioni regionali, con l'eterna predicazione delle promesse di posti di lavoro.
Ovviamente tra costoro qualcuno non sa, altri fingono di non sapere, che queste opere non daranno i 2000 posti di lavoro promessi e non si tratta di una predizione ma della fin troppo facile constatazione di ciò che è accaduto un pò ovunque: per giustificare l'ingombrante scelta di soddisfare gli appetiti delle aziende di movimento terra, costruzione d' infrastrutture e di varia natura si adesca la buona fede di chi ha bisogno di lavorare. Una cosa è certa, queste opere limiteranno e precluderanno per sempre la nascita di un'economia locale moderna, non eterodiretta, attenta alle caratteristiche economiche, ambientali, paesaggistiche e culturali dei luoghi. Si tratta veramente di una pietra, una prima pietra al collo della bassa Sabina per affondarla nel mare della speculazione, degli interessi voraci delle grandi aziende multinazionali e di un mercato globale che ha in dispregio i territori, nella sbalorditiva insipienza di amministratori pubblici a cui non importa dello sviluppo locale ma sono molto più interessati ad essere finalmente ammessi alla mensa dei potenti.


Ad eccezione del gaudente sindaco di Fara Sabina al quale nessuno ha spiegato che si trattava di una metafora e così è andato a rifocillarsi , per davvero, con un branco di cacciatori, nella tenuta Torre Baccelli della potente e ricca famiglia Salustri Galli, ma è un'eccezione, appunto.


La storia si ripete: un'altra Crociata dei pezzenti (con tutto il rispetto per Pietro l'Eremita).


Intanto un buon numero di persone, in quegli stessi territori, si sforza di ridurre alla ragione il mondo politico non soltando opponendosi al progetto ma presentando le alternative plausibili di uno sviluppo possibile, senza voli pindarici ma con i piedi ben piantati per terra.
Certo è difficile che riescano nell'intento visto che ciò che fanno non si può avvalere della 'formula sacra' contenuta nelle parole del parroco di Passo Corese: Benedici quest'opera che intraprendiamo a gloria del Tuo nome.

DEUS VULT
07/06/2008
Polo logistico integrato Roma Nord Ponzano a EIRE 2008
Ubicato lungo l’autostrada A1 Roma/Milano, nel comune di Ponzano Romano, in prossimità dello svincolo di Ponzano/Soratte, a circa 50 chilometri da Roma.
Si tratta di un complesso integrato che si sviluppa su un’area di elevato pregio ambientale di circa 240.000 metri quadrati ed una superficie utile di 120.000 metri quadrati destinati per 75.000 mq alle funzioni della logistica e 25.000 mq per showroom cui si aggiunge una struttura ricettiva che comprende un albergo di 120 stanze, centro benessere, centro congressi, museo tecnoville, attività commerciali, ricreative e sportive.
Attualmente il progetto è in esposizione alla Fiera di Milano in occasione dell'EIRE - Expo Italia Real Estate dal 10 al 13 giugno 2008.





Queste le parole tratte dal sito del Gruppo Scarpellini (www.grupposcarpellini.com) che finalmente ci rassicurano. Avevamo appreso dell’acquisto di circa 20 ettari da parte del Gruppo in questione in prossimità dell’Outlet Soratte. Si tratta di un’area meglio nota come Ramiano area di pregio, come ci suggerisce lo stesso sito, incredibile ma vero, con numerosi vincoli e da sempre oggetto di attenzione da parte dei ‘tombaroli’ poiché ricca di reperti archeologici. Ma appunto, visto che è di gran pregio cosa ci facciamo? Un parco archeologico? No!!! Promuoviamo accurati scavi per far affiorare un patrimonio utile alla ricerca scientifica e magari fruibile ? No!!! Allora lo tuteliamo visto il grande rilievo paesaggistico e ne facciamo il fiore all’occhiello del territorio con la creazione di percorsi di visita, una sede museale che raccolga i reperti ed un qualche beneficio delle strutture alberghiere appena edificate? No!!! Ci sbattiamo sopra 7 ettari di capannoni, un’area commerciale etc… In una qualunque nazione europea ci direbbero che abbiamo alzato un po’ il gomito nelle ultime cenette festive. No! è proprio così. L’amministrazione comunale di Ponzano romano ne vanta la felice scelta, e sembra che nessuno proponga qualcosa di alternativo. Al di là delle tante considerazioni che si potrebbero fare, e le faremo con le persone giuste, non è un po’ uno spreco realizzare un altro polo logistico quando a soli 22 chilometri e cioè a Passo Corese si sta realizzando , sempre su area archeologica e quindi di altrettanto pregio, il Polo logistico? Ma non è che per caso sta nascendo una nuova categoria di interventi urbanistici che potremmo definire archeo-logistici. Chiederò lumi a qualche bravo urbanista e vi farò sapere. Tra l’altro, sembra, ma tanto certo non sono, che il Gruppo Scarpellini abbia comprato questo bel terreno, una volta pascolo e su cui gravavano storici usi civici, non dal Comune di Ponzano, che sta monetarizzando tutto il suo splendido patrimonio, ma da un’altra società di cui vi diremo alla prossima puntata e vi assicuro che il tutto sarà di un certo interesse. Per carità nulla di illecito ma certamente interessante… alla prossima .

AIUTO!!! Arriva il fotovoltaico 'agricolo'



L’Italia, in Europa, è il fanalino di coda in merito alla produzione di energia alternativa. Dopo la truffa degli incentivi agli inceneritori , il famigerato CIP6, spacciati per essere produttori alternativi di energia pulita creata con la monnezza, finalmente le varie regioni si sono attrezzate per incentivare la produzione di energia fotovoltaica, oltre al conto-energia definito a livello nazionale. E ben venga per gli impianti sulle opere pubbliche, sugli edifici pubblici, sui tetti dei privati e dei capannoni industriali e agricoli che siano, ma adesso, annusato ‘’o bisinis’, ecco decine di procacciatori che gironzolano per i comuni italiani, anche della bassa sabina, per ‘offrire’ lucrosi affari. In cosa consistono questi affari: si tratta di richiedere ai privati ed alle amministrazioni pubbliche la disponibilità di ettari ed ettari di suolo agricolo per la realizzazione di minicentrali fotovoltaiche. Questo tema è stato affrontato già per quanto riguarda le coltivazioni per la produzione di biodisel ed in tutto il mondo si è levato un unanime grido di allarme perché all’agricoltura non fosse sottratto terreno fertile per la creazione di bioconbustibili. Si tratta di valide motivazioni etiche, sociali, ed economiche. La questione è ancora aperta. Mentre si è convenuto che la coltivazione di vegetali per la produzione di combustibili nelle aree degradate e da bonificare potrebbe essere vantaggiosa per la creazione di un reddito agli agricoltori che hanno subito l’inquinamento dei loro suoli produttivi, per il fotovoltaico è necessario che qualcuno intervenga per monitorare e seguire il fenomeno della proliferazione di ampie superfici di fotovoltaico 'agricolo'. Sottrarre terreno agricolo all’agricoltura non è vantaggioso per numerosi motivi:
- innanzitutto sarebbe opportuno che le nostre amministrazioni comunali si dedichino ad incentivare le produzioni agricole di qualità sui propri territori creando economia locale, posti di lavoro e riprendendo, con metodi moderni ed attenti alla salute dei coltivatori e dei consumatori, le coltivazioni che ormai, spesso, sono state abbandonate;
- non c’è calcolo economico che tenga al confronto con la possibilità di far vivere sei o sette famiglie del proprio lavoro lì dove abitano invece di fare cassa con la produzione di energia;
- la sottrazione ed il consumo di territorio e la trasformazione peggiorativa del comune patrimonio paesaggistico è una scelta incosciente in un momento in cui queste sono le uniche caratteristiche che i piccoli comuni, anche della nostra area geografica, possono offrire non solo al turismo responsabile ma soprattutto a chi in questi luoghi vive;
- quella porzione di territorio è definitivamente perduta all’agricoltura e non momentaneamente utilizzata a scopo industriale.
Insomma i nostri piccoli comuni sono con le casse vuote e nell’inerzia complessiva sulle possibili strade per creare economia locale di colpo scoprono la cornucopia portatrice di ogni bene e felicità : l’energia fotovoltaica.

Opere pubbliche a Ponzano romano, per non 'Toppare'



Nuove opere in progetto a Ponzano Romano. Finalmente un’amministrazione comunale attiva ed intraprendente . Del resto il Sindaco di Ponzano romano, Enzo de Santis, ha dato già prova di lungimiranza. In questo caso si tratta di una strada che attraversa le aree agricole in prossimità del fiume Tevere tra Ponzano e Filacciano. È una strada di tre chilometri e poco più e dovrebbe costare, ad una prima valutazione, sei milioni e mezzo di euro. Niente male: 2.167 euro al metro lineare. Ma perché costa tanto? In parte perché è stata progettata seguendo il tracciato di uno stradello che sfiora il corso del Tevere in area di esondazione del fiume. Ma non é proibito intralciare il libero flusso delle acque del fiume se dovesse tracimare? Forse si, ma comunque, per evitare le intemperanze del fiume, si è pensato bene di costruire la strada su un bel rilevato e quindi da un'ampiezza di soli 10 metri diventa di circa 40 metri con le scarpatine laterali, poi le cunette etc. Insomma un bell’impatto per un’opera di grande utilità!!! Ma, a proposito, a che serve? Serve ad evitare che il traffico proveniente dal casello di Ponzano attraversi il centro abitato. Caspita! un bel mucchio di soldi per evitare un po’ di traffico, che in verità è veramente poco. Addirittura pare che esistano delle alternative a questo progetto un po’ faraonico.
Insomma se ne potesse fare a meno di costruire l’ennesima opera superflua in area agricola di pregio ed in prossimità del Tevere saremmo tutti un po’più felici. Un’ultima notazione di costume : certo che l’ingegner Alfredo Toppi, che ha ispirato il titolo di questo post, è proprio un ottimo recordmen, nonché, in tutta evidenza, un professionista apprezzato, se riesce a vincere molte delle gare dell’amministrazione comunale di Ponzano .
Alcuni dati, e scusate l’elencazione, certamente incompleta e noiosa seppur istruttiva:

Ristrutturazione ex sede comunale
Sopraelevazione fabbricato San Sebastiano
Fognatura San Sebastiano
Locali piano terra sede comunale
Viabilità centro storico
Recupero facciate centro storico
Adeguamento impianto depurazione
Barriere architettoniche scuola C. Storani
Lavori arredo urbano piazza
Rete idrica località Madonnelle
Chiesa San Nicola di Bari (prog. preliminare)
Pluripiano centro storico (prog. preliminare)
Multipiani viale Europa Unita
Strada di collegamento Ponzano-Filacciano località La Mossa


domenica 24 gennaio 2010

L'insopportabile presenza della natura sul fiume Farfa





Le foto in apertura sono di Antonio Pozzi

Il fiume Farfa, un affluente del Tevere, attraversa i territori di Monteleone Sabino, Frasso Sabino, Casaprota, Poggio Nativo, Mompeo, Salisano, Castelnuovo di Farfa, Fara in Sabina e Montopoli di Sabina. Dagli anni '60 è un bacino di raccolta e lavorazione di inerti e questa attività ha, negli anni, completamente trasformato la morfologia dei luoghi. Le stesse acque sono captate per rifornire di acqua potabile le popolazioni locali, sul fiume si continua a praticare la caccia con lucrosi benefici economici per le aziende venatorie, persistono attività per il trattamento di inerti con gli impianti e relative pertinenze costruiti sull'alveo del fiume (che fine ha fatto l'area di rispetto prevista dalle leggi in vigore?) e la produzione di materiali bituminosi, ed ancora non si capisce quali e quanti comuni sversano l'acqua delle proprie fogne nel fiume. Malgrado ciò, in prossimità delle sorgenti, il Comune di Mompeo ha fortemente voluto e creato un Monumento naturale; lungo il corso del fiume vi sono ottime aziende biologiche, piccoli allevamenti di qualità, aziende agricole che offrono un ottimo livello di ospitalità; a dimostrazione che i buoni esempi non mancano e che sarebbe possibile, oltre che auspicabile, uno sviluppo economico diverso dall'attuale arcaica visione dell'economia locale basata sullo sperpero delle risorse ambientali.
E' ora di cambiare atteggiamento e di sostenere un'economia compatibile con l'ambiente incentivando il turismo rurale, l'agricoltura e l'allevamento attuati con metodologie a basso impatto, la ricerca scientifica e l'educazione ambientale... come hanno richiesto tutte le associazioni culturali ed ambientaliste che operano sul territorio ed un buon numero di produttori locali. La procedura per avviare la creazione di una nuova area protetta che oltre a tutelare l'esistente dia nuove opportunità a quei territori ed ai produttori locali è iniziata, ma i comuni di Fara in Sabina, Castelnuovo di Farfa e Montopoli di Sabina sembrano non voler decidere un bel niente. Continuano ad elaborare fumosi discorsi sulla volontà di tutelare il corso del fiume, non informano la popolazione locale, edificano percorsi naturalistici che già vanno in rovina malgrado gli altissimi costi, e poi, con encomiabile coerenza, intendono mantenere l'attività venatoria e le aziende inquinanti. Come dire... ancora la politica 'della botte piena e della moglie ubriaca'. Ma esiste un qualche amministratore comunale in grado di battersi per scelte diverse dalle necessità delle famiglie: Salustri Galli (azienda venatoria) e Mangione (cave e trattamento inerti)?. Se c'è che emerga dal silenzio e contribuisca a scelte nuove, efficaci soprattutto nei piccoli centri collinari e la smetta di tutelare consapevolmente o meno gli interessi di pochi a discapito di un patrimonio di tutti e di uno sviluppo possibile con i veri produttori locali (la parola 'veri' non è retorica ma semplicemente indica: CHI LAVORA E NON SOLAMENTE CHI POSSIEDE).



sabato 23 gennaio 2010





Mattoni sabini

Quello del bene rifugio e cioè gli investimenti in edilizia, è una favoletta che più non regge alla prova dei fatti. Eppure sia nei grandi centri urbani, sia nei piccoli comuni si continua a costruire senza sosta e senza criterio. Nella bassa sabina il paesaggio agrario ne è sconvolto. Ma non sembra opportuno a nessuno, tranne i soliti noti, fermarsi almeno per tentare un ragionamento su quanto sta accadendo. Il miraggio dell’investimento nell’edilizia sembra ancora essere all’orizzonte della nostra imprenditoria di settore. Ma qualcosa non funziona. Benchè si continui ad edificare non si vende un piffero. Ma allora perché si continua? E’ un mistero. Intere porzioni di territorio vengono sottratte alla loro vocazione naturale, nel nostro caso l’agricoltura, e sono destinate alla nascita di borghi e borghetti, ma non basta… Continuano a proliferare le aree industriali. Anch’esse piene di capannoni vuoti. Ogni comune rivendica una propria area industriale e/o artigianale. Anche più di una, se possibile. Ma come mai, in piena recessione economica, malgrado le dichiarazioni fiduciose del nostro governo nazionale, dovrebbero aumentare le disponibilità all’acquisto di nuovi spazi dedicati alla produzione ? Sorge il fondato sospetto che l’affare sia nel farle queste opere e patrimonializzare del denaro disponibile. In altri termini si costruisce e poi anche se non si vende, abitazioni o capannoni che siano, la moneta è trasformata in patrimonio edificato spendibile nei bilanci societari con quel tanto di plusvalore che non guasta. E’ una ipotesi su cui forse varrebbe la pena di riflettere. Per le pubbliche amministrazioni si tratta,invece, di distribuire un pò di denaro a ditte locali o 'amiche' cioè 'affidabili' e poi vada come vada. A Torrita tiberina si ha in progetto, in un'area agricola splendida, di intervenire per la creazione di un villaggio rurale: incredibile ma assolutamente legale giro di parole per non indicare una nuova urbanizzazione. Per non parlare di un iperprogetto condiviso da più comuni nell'area del Tevere in prossimità dello Scalo di Poggio mirteto dove si è ipotizzato di creare, non un semplice approdo come già ci sono in quel tratto di fiume, ma addirittura un porto fluviale. Un'onirica visione progettuale con tanto di moli, darsena, piccolo spazio del commercio. Non sto vaneggiando! E' proprio così. E chi ne sarebbero i fruitori? ma i turisti ...naturalmente. Opere, opere, opere di cui l'unica cosa certa è che saranno pagati dei tecnici per la progettazione , poi forse la realizzazione di qualche cosa ma per quanto riguarda il calcolo realistico tra costi e benefici neanche l'ombra. Intanto il territorio è sottoposto ad una cementificazione pesante come non si vedeva dagli anni settanta . A Poggio mirteto, per esempio, si costruiscono case e capannoni in una stessa area, così, artisticamente alla rinfusa. Se diamo un’occhiata all’area denominata Capacqua veramente la confusione regna sovrana. In poche centinaia di metri si osservano: un nuovo centro abitato (Borgo Sant’Antonio, per ora deserto), un centro sportivo, luoghi del commercio per l’edilizia, un deposito ACOTRAL, un’azienda florovivaistica, una grande azienda agricola, e nuovissimi capannoni giganteschi e vuoti.
Anche ammesso che si riescano a vendere o affittare non ci si capisce molto sulla destinazione urbanistica di quell’area: servizi, industria, commercio, agricoltura, residenziale. Insomma un caleidoscopio urbanistico senza senso. Ma di nuove costruzioni, apparentemente inutili ce ne sono a Filacciano, dove una nuova urbanizzazione ‘sociale’ è lì , invenduta e mai terminata. In un’area paesaggisticamente rilevante, ma nessuno se ne duole, anzi sembra che il malessere nasca dal fatto che non si è riusciti a ultimare e vendere e non a constatare che forse si è progettato e costruito senza l’attenzione reale ai fabbisogni reali. Ma di cose un po’ o del tutto inutili se ne sono fatte tante. Vogliamo soffermarci sul caso dell’outlet di Sant’Oreste? Siamo sempre nella stessa area geografica del Lazio e questa volta ci imbattiamo in una monumentale cittadella del commercio come ce ne sono ormai un po’ ovunque in prossimità dell’Urbe. Ma qui in mezzo ai pascoli, a pochi metri dal tutelato monte Soratte che c’azzecca (direbbe un noto esponente politico nazionale). Nulla !!! tant’è che i negozi non prosperano certo ed i fatturati di vendita languono. Così l’enorme villaggio del commercio allestito in modo tutto sommato gradevole, è un’altra opera inutile. Sembra, ma non ho dati certi, che attorno all’outlet si stiano sviluppando gli appetiti di palazzinari romani. Questi elementi allarmano. Il vecchio trucco di comprare aree agricole, che diventano commerciali e poi, magari, residenziali è un sempre efficace modo di operare dei nostri speculatori con l’assenso compiaciuto delle amministrazioni pubbliche. Io non sono un tecnico ma, per favore, c’è qualcuno che si premura di governare questi fenomeni. Possiamo lasciare il governo del territorio ai singoli sindaci senza una pianificazione di più ampio respiro. Ma nell’area della Bassa sabina queste sono ‘quisquiglie’ e ‘pinzillacchere’ rispetto al grande gigante con le gambe d’argilla che già comincia a lasciare le sue impronte, fameliche di territorio: ‘Il polo della logistica’ di Passo Corese nel comune di Fara sabina. Ma questa è un’altra storia…

giovedì 3 dicembre 2009

Ma allora quando si comincia, anche da queste parti, a riciclare.

In Sabina, dalle due sponde del Tevere, non arrivano segnali incoraggianti riguardo alla raccolta differenziata, quella cosiddetta 'porta a porta'; l'unica realmente efficiente ed efficace, oltre che economicamente vantaggiosa.
Qui, oramai, le chiacchiere stanno a zero. Le due unioni dei comuni si sarebbero impegnate a mettere in atto la raccolta differenziata, ma non accade, quasi nulla. Relativamente all'Unione dei comuni della bassa sabina (Montopoli di sabina, Cantalupo in Sabina, Forano, Poggio Mirteto,Tarano) è da un pò che ragionano sul da farsi. Tempo fa si diceva che alcuni comuni avevano anche percorso l'improvvida strada di partecipare con una quota azionaria alla AMA s.p.a. di Roma con la speranza di un affidamento in house, cosa peraltro in contrasto con la normativa europea che prevede, comunque, che l'affidamento dei servizi venga attuato attraverso procedure di evidenza pubblica. Ma oltre a questi 'ordini di scuderia' con i quali si cerca di fare 'i furbetti' pensando di detenere il potere gestionale delle aziende a capitale pubblico perchè si è seduti sulla poltrona giusta ma non si pensa, ahimè, che quella poltrona la si può perdere, come è accaduto a Roma, per cui salta tutto; resta il fatto che nulla accade.
Eguale sorte è toccata ai comuni dell'Unione dei comuni Valle del Tevere - Soratte (Nazzano, Civitella San Paolo, Ponzano Romano, Filacciano, Torrita tiberina e Sant'Oreste). Un bel pò di chiacchiere, numerose riunioni, forse una società incaricata di stilare il progetto e poi... NULLA.
Eppure alcuni di questi comuni sono sede di Parco regionale (Parco regionale Nazzano Tevere-Farfa) e dovrebbero qualificarsi per la bontà delle scelte in campo ambientale, ci sembra che la gestione dei rifiuti sia di grande rilevanza. Ma non c'è attenzione da parte di nessuna amministrazione. Tra le altre cose, non è solamente una questione ambientale, certamente importante, ma è anche una scelta etica, contribuire attivamente alla nostra salute ed a quella della terra su cui viviamo, ed economica. Non vi è più alcun dubbio che con una buona raccolta differenziata si riesca ad avere introiti considerevoli dalla vendita dei materiali riciclabili e quindi, perfezionando sempre più la differenziazione, si arriva a spendere molto meno per la gestione del servizio, oltre ad una progressiva diminuizione di produzione di rifiuti. Perchè gli amministratori non spiegano ai cittadini che continuare questa gestione dei rifiuti sarà sempre più economicamente oneroso? Cioè bisogna che i cittadini sappiano che tocca a loro pagare costi sempre più alti perchè gli amministratori dormono. Cosa si può fare per svegliare dal torpore i carrozzoni delle Unioni dei Comuni citate. Se si deve continuare così che ogni comune provveda per sè e velocemente, cioè 'da subito'.
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